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Crisi economica e soluzioni...

Riprendendo le parole di un grande economista francese, dobbiamo volere una società in cui i valori economici cessino di essere centrali o unici, dove l'economia venga rimessa al suo posto giusto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo.
Questo già potrebbe essere un ottimo rimedio e sistema di prevenzione di crisi economiche e non solo...

Abruzzo: le responsabilità, la ricostruzione, i soldi e l'Irpinia.

Dopo la strage e il dolore si spera che in Abruzzo vengano
accertate le responsabilità. Per rendere giustizia ai morti. Per stabilire perchè a crollare siano stati anche edifici strategici. Il palazzo del Governo de l'Aquila sbriciolato sembra l'immagine di un Paese, l'Italia, che ogni giorno cade a pezzi. Sotto quel cemento che sembra pasta frolla, infettato, trattato, avvelenato, diluito per guadagnare di più. E qualcuno, anche in libri famosi, lo aveva detto. Anche in Abruzzo tante case sono state costruite con quel cemento avvelenato. Solo per alimentare il profitto di imprese che sul cemento hanno costruito il loro impero. Imprese non trasparenti. Imprese occulte. E se ad essere lesionati e a crollare sono anche edifici moderni nonchè strategici allora è come se crollasse lo Stato, pervaso da economie illegali e corruzione. E i risultati sono questi.
Ora ci sarà la ricostruzione, miliardi di euro copriranno l'Abruzzo. Forse è giunta l'ora che questa ricostruzione sia virtuosa ed efficiente, che non abbia ancora una volta come scopo la speculazione, che non alimenti ancora una volta la corruzione e le mire di affaristi e criminali vari.
La Corte dei Conti ricorda come gli interventi straordinari dovuti agli eventi sismici degli anni 80 in Irpinia abbiano finito per essere occasione per compiere scelte politiche arbitrarie giustificate dall'emergenza del momento.
Le amministrazioni si trovarono a disporre di fondi enormi e di maggiori poteri. Ma le inchieste giudiziarie su pagamenti di tangenti testimoniano che quei poteri straordinari e privi di controllo costituivano un forte incentivo alla corruzione, creando solo inefficienza e spreco di risorse pubbliche.
La stessa commissione d'inchiesta sulla ricostruzione in Irpinia chiarisce che anzichè limitarsi all'essenziale si costruì il superfluo sprecando denaro pubblico.
Nella fase della ricostruzione dunque risulta fondamentale controllare e non ripetere errori che anzichè portare ad una edificazione antisismica e seria creano solo allungamenti dei tempi, inefficienza e costruzione di edifici non sicuri.
I terremoti, in questo modo, si possono prevenire a meno che non faccia più comodo far si che i terremoti, dopo il loro verificarsi, siano la giustificazione per coprire responsabilità...

Le crisi, le speranze e il cambiamento /3

In Italia si vuole favorire il cambiamento su queste basi e non ci si vuole render conto che stiamo parlando di un Paese devastato e, allo stato attuale, senza futuro.
L’unica fortuna è che ci sono uomini che lottano tutta la vita, spesso mettendo a rischio la loro stessa esistenza: questi sono imprescindibili e questi sono la speranza per il futuro dello Stato italiano sebbene vengano nella maggior parte dei casi isolati e lasciati soli dalle Istituzioni.
Costoro oggi, possono giocare lo stesso ruolo che Obama sta svolgendo negli States, svegliando la società civile dal sonno e dall’indifferenza. Costoro possono essere gli uomini della speranza e della salvezza dell’Italia che affonda.
Costoro sono tutte le persone di buon senso e oneste –e sono tante-. Costoro sono quei magistrati che applicano la legge in modo uguale per tutti, cercando di rendere e garantire giustizia. Costoro sono quei giornalisti che non si inchinano al servigio dei potenti e tutti coloro che hanno la dignità, la convinzione e la caparbietà di sostenere che l’unica soluzione per il cambiamento, la salvezza e la rinascita della penisola italica è iniziare a dare una svolta, iniziare a fare qualcosa.
Cambiare ora è difficile ed è un compito arduo: ma è ancora possibile fare qualcosa. Non è questo il momento di desistere. I problemi sono sempre e solo dei cittadini e così continuerà ad essere se non lotteremo per avere una classe politica che si dia delle regole e che sia più umile, diventando riconoscente per l’incarico che ricopre e imparando che un uomo ha il diritto di guardare un altro dall’alto in basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Viviamo in un Paese mediocre e imbroglione e non ci si meraviglia se a dirlo sono i giornalisti stranieri e testate di indubbia fama mondiale quali The Economist e The New York Times.
Non si può più aspettare, però, altrimenti si passerà dalla violazione dello stato di diritto alla usurpazione della dignità della popolazione. Lo aveva denunciato anche Giovanni Paolo II con l’Enciclica “Centesimus Annus” sostenendo che anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati. Le domande che a volte si levano dalla società non sono esaminate secondo criteri di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che la sostengono. Simili deviazioni del costume politico col tempo generano sfiducia e apatia con la conseguente diminuzione della partecipazione politica e dello spirito civico in seno alla popolazione, che si sente danneggiata e delusa. Ne risulta la crescente incapacità di inquadrare gli interessi particolari in una visione coerente del bene comune. Questo, infatti, non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica la loro valutazione e composizione fatta in base ad un’equilibrata gerarchia dei valori e, in ultima analisi, ad un’esatta comprensione della dignità e dei diritti della persona –continua Karol Wojtila-.
Non si può più aspettare per cambiare perché il nostro Stato già ha violato i diritti costituzionalmente garantiti di tantissimi cittadini preferendo scendere a patti con la criminalità e con i poteri occulti affidandole la gestione di problemi di interesse nazionale anziché risolvere attraverso le proprie Istituzioni le controverse vicende che affliggono il Paese. Aspettando ancora senza insorgere e pretendere che le carte in tavola vengano cambiate significherebbe rischiare di trovarsi in una situazione ingestibile e tra pochissimi anni irreparabile.

Le crisi, le speranze e il cambiamento /2

Sulla scia del cambiamento che in questi mesi sta prendendo vita negli Stati Uniti anche l’Europa mostra che questo passo è possibile. L’Europa insegna al mondo moderno che l’evoluzione politica degli Stati e dei sistemi statali non è assolutamente giunta al termine. La Realpolitik nazionale, però, è diventata irreale. Europeizzare significa creare una politica nuova, significa entrare da giocatori nel gioco del metapotere, partecipare allo sforzo per creare le regole di un nuovo ordine globale.
Lo slogan del futuro potrebbe addirittura essere: America, fatti da parte, l’Europa è tornata”.
Il problema vero dell’Italia è questo: qualora le ipotesi di Beck si concretizzassero il nostro Paese sarebbe escluso ab origine dal cambiamento e dall’innovazione restando affossato nei suoi problemi che divengono drammi.
Il Bel Paese non ha sfruttato al meglio sino a oggi neanche le grandi possibilià offerteci dall'integrazione europea e rispetto a tanti altri cugini europei resta un'anomalia, distanziandosi quindi anni luce non solo dagli Stati Uniti, in cui si prospettano nuove soluzioni ai problemi del vivere comune avvalendosi di meccanismi decisionali concreti e produttivi, ma anche da altri Paesi europei. Basti pensare alla Francia “dell’homme de la ropture” Nicolas Sarkozy, anch’egli poco più che cinquantenne, il quale un anno fa ha chiamato a collaborare le migliori intelligenze d’Europa ad una Commissione guidata dall’economista Jacques Attali affinchè adotti e sviluppi dieci misure per il rilancio e la modernizzazione del Paese. Le misure riguardano la riduzione della disoccupazione e la povertà, la creazione di nuove imprese nelle banlieue, l’estensione della connessione a banda larga a tutto il Paese per favorire il circolo delle conoscenze, la riduzione del debito pubblico, la tutela e la formazione dei giovani. Della commissione fanno parte anche gli italiani Mario Monti e Franco Bassanini. Qui da noi, invece, -sostiene Gian Antonio Stella in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 26 Agosto 2007- l’idea di coinvolgere chi la pensa in modo diverso da te in un progetto che abbia a cuore il bene comune non è molto popolare. Anzi. Ogni occasione è buona per il contrario: la distribuzione di ogni carica, ogni poltrona, ogni strapuntino secondo una ferrea logica spartitoria. Basti pensare alle assunzioni di amici ed elettori negli enti pubblici, nelle società miste, nelle municipalizzate. Fino alle nomine dei gestori dei teatri lirici –dice il giornalista del Corriere. E continua. Della tradizione lottizzatoria della Rai si ha ricordo sin dai tempi dell’occupazione democristiana e della battuta celeberrima di Bettino Craxi: “La Rai risponde sempre al 643111”, cioè 6 consiglieri alla Dc, 4 al Pci, 3 al Psi, uno ciascuno a Pri, Psdi e Pli. Questa idea dell’uno a me e uno a te è prassi comune della politica italiana.
E dall’Italia che lottizza tutto e lottizzerebbe anche l’impossibile scaturisce il vergognoso ritratto di un Paese a crescita zero già prima della crisi che si permette il lusso di non decidere sui problemi reali dei cittadini, ancor più oggi che l'economia va implodendo. Le uniche decisioni prese con urgenza in Italia riguardano l’approvazione di leggi e di leggi elettorali ad personam, l’approvazione dell’aumento degli stipendi dei parlamentari, l’approvazione di leggi di depenalizzazione di qualche reato favorevole al governante delinquente, corrotto o colluso di turno.

Camminando verso il domani: AGIRE PER IL CAMBIAMENTO.

Riporto qui l'articolo pubblicato alcuni mesi fa sulla prima rivista italiana di settore Volontariato Oggi, di cui nella colonna destra è presente la copertina.
“Servire per primo il più sofferente”. Mi ispiro all’Abbè Pierre per fare alcune riflessioni sul volontariato, su quell’agire gratuito attraverso cui tante persone cercano di rispondere ai bisogni più diversi di chi soffre e degli emarginati. La mentalità della società è lontana dal concepire e dall’attuare una vera e propria “etica del servizio”. Servire il prossimo oggi è un peso, un vuoto da colmare incrementato ulteriormente dall’egocentrismo dell’individuo e dal dio denaro.
I valori della solidarietà, della multiculturalità, del confronto, della condivisione, della comprensione sono insignificanti per la maggioranza del mondo giovanile e dell’intera società. Spesso anche per individui con un livello di istruzione elevato: qualche mese fa è stata una mia ex insegnante liceale a dissentire con me che, nel libro “Voglio sognare”, in cui parlo anche di volontariato, definisco i migranti, i barboni, gli emarginati “persone meno fortunate” poiché costoro sono realmente tali e in quanto tali credo vadano aiutate. A questo punto mi chiedo cosa vogliamo insegnare ai giovani.
Le ricerche e le statistiche evidenziano che il volontariato va perdendo l’ausilio e l’apporto della gioventù.
Il volontariato perde i giovani innanzitutto per la presenza di un fattore culturale negativo, dominato dal cinismo e prevalente all’interno della società, di cui l’ultima generazione in particolare è stata vittima. Una generazione di giovani che, in troppe occasioni, non ha avuto l’ausilio dei grandi. E ciò perché anche tanti adulti non arrivano all’altezza di tante finestre e sarebbe bello farli guardare fuori, svegliandoli dal sonno dell’indifferenza. In secondo luogo è fondamentale il recupero dell’educazione civica, contemporaneamente causa del disinteresse al volontariato di tanti giovani e conseguenza della crisi culturale. Gli ultimi decenni ci hanno visto assistere alla scomparsa del buon cittadino, rispettoso delle regole del vivere civile, dei principi costituzionali e delle Istituzioni. Il bene individuale si è sovrapposto al bene comune. E a questa prassi si è adeguata anche la classe politica: la casta che antepone gli interessi di parte all’interesse collettivo, che vuole i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, che lascia agire la criminalità organizzata sul nostro territorio e considera criminali gli immigrati. E’ venuto a mancare in parte quel rapporto di fiducia che lega rappresentante e rappresentato sia per colpa delle Istituzioni che hanno approfittato della crisi storica, sociale, culturale che ha attraversato l’Italia sia per colpa di una società civile cinica e che non ha saputo risvegliarsi ancora, illusa. Con il finire della I Repubblica sarebbe servito un movimento culturale capace di prevalere sul puzzo del sorpruso e del malaffare, come diceva Paolo Borsellino. Ma la disonestà e la criminalità in tanti casi hanno sporcato ancor più le Istituzioni. E’ difficile per buona parte dei giovani accogliere le proposte che vengono dal volontariato, un mondo colmo di potenzialità e privo di limiti rilevanti.
La diffusione di una cultura dell’apertura al prossimo e dell’accoglienza pongono il settore del non-profit in una posizione privilegiata: vengono favoriti la multiculturalità e si agevola l’integrazione dell’odierna società globalizzata. Spetta ai giovani organizzare la propria volontà, svegliarsi dal torpore dell’indifferenza e unirsi a chi l’esperienza del volontariato la vive già. Ma devono essere guidati e devono esser dati a loro esempi concreti, tangibili.
La speranza che possa aiutarci a risolvere i tanti problemi della società attuale è l’azione: il cambiamento. Ad agire dobbiamo essere tutti collaborando e sollecitando le Istituzioni politiche e anche la Chiesa che, speriamo, saprà essere meno profetica e più concreta. Perché promuovere la speranza è inutile senza la pratica, l’esercizio e l’attuazione concreta delle parole per cambiare lo stato delle cose. Il volontariato oggi deve rappresentare una valida soluzione alla crisi di identità che l’uomo del nostro tempo vive. Occorre sensibilizzare l’intera società civile cosicché i padri inizino a sollevare i loro figli ponendo il loro sguardo sul mondo che li circonda attraverso le finestre del dialogo e della tolleranza.
Occorre una rivoluzione culturale. E solo così anche quella professoressa che mi disse di non concordare con il mio pensiero, inizierà ad insegnare ai suoi discenti che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e che ogni cittadino ha il dovere di concorrere al progresso della società. Potrà insegnare loro però che, affinché questo possa avvenire effettivamente, è necessario un’eguaglianza sostanziale e non solo formale. Cambiare e agire per raggiungere un’eguaglianza effettiva che sia alla base del cambiamento sociale e culturale sarà uno dei compiti che il mondo del volontariato dovrà continuare ad assolvere.